Quest’anno la scuola lavora a porte aperte. Per arieggiare le aule, in ossequio alle norme sanitarie che ci ricordano la presenza del virus, si lavora così. Girando per i corridoi della Traccia e della Caravella trovo così risposta ad una domanda ricorrente nei colloqui con genitori o insegnanti che approdano alle nostre scuole: che scuola è questa? Quale qualità specifica la distingue? Una domanda per nulla scontata che, a tratti, affiora anche in me e che esige una risposta documentata, non astratta, fondata su fatti.
Le porte di quelle aule si aprono su finestre a loro volta spalancate: quelle a cui si affacciano di nuovo, ogni giorno, studenti e insegnanti, per ammirare, scoprire, conoscere la realtà. Il primo luogo che qualifica la scuola è questo: la cura della lezione come luogo di apertura verso quel reale che incuriosisce, che chiede un percorso per essere guadagnato, che ci invita ad essere scoperto.
Per questo, da anni, ci prendiamo cura del lavoro scolastico: in classe, fuori da essa, nei doposcuola, nel lavoro dei tutor, attraverso l’incontro con testimoni, continuando ad imparare ad insegnare, correggendoci a vicenda… Gli ambiti che la scuola ha per esprimere questa cura sono molti e dipendono dalla creatività e dall’umiltà degli insegnanti e di chi dirige la scuola, fi no al comitato dell’Associazione Santa Maria, che gestisce le scuole.
Vi sono alcuni fatti, raccontati anche in questo News, che documentano questa cura: il lavoro sulla didattica in atto nella scuola elementare, ad esempio, ne è un segno luminoso. Come anche l’attenzione nuova che abbiamo messo a fuoco nella scuola media per aiutarci a sostenere il cammino degli allievi con difficoltà specifiche. Insomma, la nostra scuola vuole esprimere la sua qualità prima di tutto nello specifico del suo essere. Tutto qui? Non credo. Non ci può qualificare semplicemente dicendo che ci sentiamo bravi nello svolgere il nostro lavoro. Che ce la mettiamo tutta e che vogliamo bene agli studenti. Ci mancherebbe altro…! Si tratta soprattutto di esplicitare e riscoprire continuamente la radice di questo atteggiamento, affinché non resti l’esito di uno sterile sforzo moralistico che non tiene nel tempo. L’abbiamo chiaramente visto nella scuola a distanza: l’intensità, la comunione e la novità di quel lavoro non sono derivate da una strategia pianificata a tavolino.
Piuttosto dalla consapevolezza di essere, da anni, destinatari del dono di una presenza che ci raggiunge, ci edifica, ci educa, ci rende desiderosi di incontrare il prossimo. I 27 incontri ufficiali vissuti on-line tra marzo e giugno (sto contando i plenum, i consigli di classe e gli incontri con i genitori senza annoverare i colloqui individuali, le telefonate personali a studenti e genitori, gli incontri informali e le lezioni…) sono segni di questa consapevolezza: siamo destinatari del dono di una presenza. Noi adulti, anzitutto, siamo raggiunti da qualcosa che ci spinge a comunicare all’altro, con fiducia, che vale. Siamo padri perché fi gli. Generativi perché continuamente generati. Cosa significa, per uno studente, questa presenza? Dove un insegnante la può sperimentare? È prima di tutto una comunione che si vede. Un luogo in cui è "d’uopo aver cura dell’essere" (per dirla con Alfredo che parla con amore a Violetta nella Traviata) che si può toccare con mano. Un insegnante che si ferma nei corridoi per discutere del metodo di studio o della partita di calcio della sera precedente. Un’amicizia che si può vivere nel luogo di lavoro. Un ambito nel quale posso portare con fiducia tutto me stesso, la mia fatica nelle classi, il mio bisogno di scoprire i segreti del mestiere, le mie scoperte, le mie intuizioni…Tutto, di me, è accolto da questa presenza che mi è donata.
A pensarci bene questo dono è all’origine storica di queste scuole ed è l’unica ragione per cui val la pena che continuino ad esistere. I fondatori, così ci raccontano, sono stati mossi da una presenza che li ha convinti ad esplicitare questa cura dell’essere nell’ambito scolastico. Una Presenza che si è manifestata nella storia oltre duemila anni fa, attraverso il fatto cristiano. Una presenza che può incontrare chiunque, dovunque venga, indipendentemente da tutto. Continuiamo a desiderare queste scuole, luoghi in cui si possa sperimentare la cura del proprio essere grazie al dono di una presenza da riscoprire, ogni giorno, nel suo valore profondo.