EDUCARE INSIEME: SCUOLA-FAMIGLIA

Gregorio Schira, genitore

Pinco Pallino! così risposi a mio padre, 30 anni fa, quando mi chiese come mi sarebbe piaciuto si chiamasse la nuova scuola che insieme a un gruppo di amici stava fondando. Fortunatamente non mi ascoltò… e così nacque La Traccia.
A quel tempo, ragazzino di quinta elementare, non avevo evidentemente idea di cosa stesse succedendo. Men che meno mi chiedevo il perché di quello che i miei genitori stavano facendo. Ma (questo lo ricordo bene) percepivo l’entusiasmo, la voglia di fare, la gioia di un’opera che nasce.
Oggi sono io ad accompagnare i miei figli in quelle aule. E forse soltanto ora, da genitore, riesco a cogliere davvero l’importanza di un luogo come questo. Per i miei figli, per la mia famiglia. Per me. Perché questo cammino, iniziato tre anni fa, educa anche me.
Il punto – ci ha spiegato la psicologa Nicoletta Sanese nell’incontro organizzato dall’Associazione Santa Maria lo scorso 26 novembre – è come armiamo i nostri figli per il momento in cui diranno “io”, cosa mettiamo nel loro zaino. Cosa stiamo dando loro? Solo un insieme di regole oppure un modo nuovo di guardare alla realtà? Solo una serie di istruzioni o uno sguardo positivo sulla vita?
“Come un genitore guarda suo figlio, così suo figlio è”, ci ha detto ancora Nicoletta Sanese. E qui entra in gioco l’alleanza tra scuola e famiglia (titolo dell’incontro). Perché i figli crescono, imparano, maturano se scuola e famiglia camminano insieme. Se tra i due soggetti educativi vi è lo stesso sguardo sul bambino. Se genitori e maestri (senza la pretesa di sostituirsi gli uni agli altri) diventano come i due argini entro i quali il fiume (il bambino) può e deve scorrere, sentendosi totalmente al sicuro.
È proprio questo ciò che io e mia moglie stiamo sperimentando alla Caravella. Una totale fiducia nella scuola, nonché la totale fiducia della scuola in noi. Tanto da poter confidare ai docenti (e viceversa) le difficoltà quotidiane, le preoccupazioni, le paure dei nostri figli. Per confrontarci, aiutarci, crescere insieme. Tutto ciò sta dando frutto.
Non c’è giorno (nonostante le fatiche) in cui i bambini non abbiano voglia di andare a scuola. Non c’è giorno in cui non tornino felici di qualcosa che hanno fatto. Non c’è giorno in cui non siano sereni, anche perché certi (come ci ha insegnato ancora Sanese) che noi genitori siamo a casa a fare il tifo per loro.
È evidente, per noi, che in questo luogo vengono guardati, compresi, aiutati nello stesso modo con cui li guardiamo, li comprendiamo e li aiutiamo noi: volendogli bene.
Ora qualcuno potrebbe obiettare: ma il compito della scuola non è quello di voler bene, è quello di educare.
Ebbene, io credo che non sia possibile educare senza voler bene. Cioè senza volere il bene dell’allievo. Solo così, infatti, lo si può accogliere nella sua libertà, nel suo modo di essere, nella sua totalità.
Adesso capisco cosa mosse i miei genitori e i loro amici trent’anni fa. Capisco cosa spinge ancora oggi tanti genitori (e non solo) a impegnarsi in quest’opera. Il desiderio che esista un luogo così. Dove ci si guardi (maestri, allievi, genitori) con questa libertà e con questa stima, dove la realtà continui ad essere la guida, e dove lo scopo non sia soltanto la meta, ma il viaggio stesso.


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