Daniela Marletta, docente di inglese alla Traccia
Lo scorso anno scolastico ho lavorato come docente di inglese alla scuola media La Traccia. È stato un anno denso di avvenimenti, molto ricco sia da un punto di vista professionale che umano. A marzo, all’inizio dell’insegnamento a distanza, mi sono sentita destabilizzata. Io che credevo di avere ormai il controllo di tutte le strategie per insegnare la mia materia in modo efficace, mi sono trovata davanti una sfida: “È possibile vivere in modo umano questa circostanza? C’è un bene per me adesso, che posso comunicare anche ai miei allievi?”.
La risposta è arrivata concretamente, guardando i volti dei miei colleghi con cui è iniziato fi n da subito un lavoro di confronto quotidiano via Zoom. In particolare, con la mia collega di inglese, ormai amica, si è intensificato il lavoro comune che già avveniva nella didattica in presenza. C’è stato un continuo richiamo alle ragioni per cui proporre o meno un’attività, un aiuto reciproco a strutturare una lezione o un lavoro che fosse utile per i ragazzi e con uno scopo preciso, guardando a tutti i fattori e non solo a quello che avevamo in mente noi. Inoltre, sono rimasta affascinata dall’attenzione, la cura e la passione per la realtà del nostro direttore. Inviava un video settimanale di saluti a tutti (allievi, famiglie e docenti), in cui condivideva con semplicità quello che aveva visto accadere nella settimana precedente; ogni lunedì proponeva una preghiera; oltre ai vari incontri con noi insegnanti, quasi quotidiani, ha registrato numerosi tutorial per spiegarci l’uso degli strumenti informatici.
Tutto questo mi ha accompagnata passo dopo passo, con grande respiro e con gusto. Ho capito che non è questione di bravura o di performance, ma desiderio di imparare continuamente uno sguardo più vero e più bello per vivere ogni circostanza.
Solo da questo sguardo nuovo possono nascere la creatività e la vivacità che mi hanno permesso di insegnare e continuare un rapporto umano con gli allievi, senza perdere nulla, anche a distanza.
A maggio, al momento della ripresa delle lezioni in presenza, ero molto desiderosa di tornare a scuola e rivedere i miei allievi. Mi ero preparata benissimo e attendevo questo “nuovo inizio” dopo due mesi di distanza. Appena entrata in classe li ho salutati con un sorrisone (ho alzato la mascherina perché potessero proprio vedere la mia contentezza), ho chiesto loro come stavano e se fossero contenti di essere tornati a scuola.
La risposta è stata un silenzio assordante. Tutti zitti, impassibili, anzi direi quasi scocciati dalla mia domanda. Il mio entusiasmo si è tramutato in tristezza, le mie aspettative deluse. Questi ragazzi, che sono i più grandi, erano come intorpiditi, apatici, spenti. Nel dialogo con loro è emerso un disagio. La realtà che avevano davanti non era quella che si aspettavano o che avrebbero desiderato: niente gita, niente festa di fine anno, classe divisa in due gruppi e quindi magari non erano con i propri amici, la distanza, il non potersi abbracciare e noi insegnanti “poliziotti” per far rispettare le regole. Allora tanto valeva non ritornare, sebbene alcuni di loro mi avessero detto durante la didattica a distanza che erano spesso annoiati e stanchi di stare in casa.
Mi è stato evidente che l’atteggiamento dei miei ragazzi nascondeva in realtà una grande domanda di senso, forse soffocata dalla delusione, ma presente. E ancor più immediato è stato accorgermi che era anche la mia. Infatti anch’io, pur con tutta la voglia di ripartire, mi chiedevo: “Perché vale la pena ricominciare in condizioni che a volte mi sembrano assurde, con tante complicazioni e attenzioni come richiamare i ragazzi di continuo (che fatica!) e mantenere distanze di cui neanch’io spesso ho la percezione?”
Questa mia domanda però era accompagnata da una grande fiducia in un bene che c’era stato e che era tutto da riscoprire. Infatti non basta aver fatto esperienza del bene una volta, com’è accaduto a me durante il periodo di lockdown. Bisogna che continui a riaccadere nel presente! Dopo aver condiviso con gli allievi la mia esperienza e le mie domande, ho proposto loro di continuare a fare quest’altro piccolo pezzo di strada insieme, desiderando un’apertura del cuore a lasciarsi sorprendere dalla realtà che ci viene data da vivere, coscienti che non siamo soli. Bene, la prima sorpresa è stata la mia quando la settimana successiva entrando in classe sono stata accolta da 11 sorrisi. I miei ragazzi si sono come risvegliati, si sono coinvolti e ci siamo proprio gustati la lezione assieme. Poi la mia collega ha proposto di svolgere un’ora di lezione in giardino. Un’altra piccola novità rispetto al mio e loro schema della giornata e ancora una volta è stata sorprendente l’adesione dei ragazzi a qualcosa di bello pensato per loro.
Sono molto grata di questa esperienza: ho preso più coscienza di me, dei ragazzi e di un modo nuovo di vivere la realtà, qualsiasi essa sia, con la certezza di un Bene grande che non ci lascia soli.
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