“ Tu sei per me, io sono per te”. Raramente ho sentito descrivere il cuore del fatto educativo come da queste scarne parole, pronunciate da un amico recentemente. Vi ritrovo la condizione essenziale e necessaria perché avvenga quel cammino che ci fa crescere, che ci conduce ad affrontare la vita con ciò di cui davvero abbiamo bisogno. Il punto di partenza della relazione educativa sta in un’accoglienza totale di chi abbiamo di fronte, perché riconosciuto come parte costitutiva del nostro essere, come un dono che impreziosisce la nostra persona, di cui abbiamo bisogno per crescere. Ed è per questo che possiamo dire la seconda parte della frase: “io sono per te”, poiché questa coscienza ci porta a donarci senza calcolo, senza paura di perderci. Lo diceva in modo mirabile anche il profeta dell’Antico Testamento: “tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima”. (Isaia 43, 4).
Quest’anno un’allieva lo ha detto pubblicamente, di fronte alla domanda “cosa vi ha reso veramente felici, almeno una volta nella vita?”. Dopo un momento di silenzio ha alzato la mano e, sorridendo, ha parlato nel silenzio generale: “quando mi sono accorta di avere una famiglia che mi ha voluto bene”.
La sfida educativa, oggi come all’inizio della storia umana, si gioca in questo semplice spazio di apertura incondizionata a chi ci viene donato.
Tutti però sappiamo che nel compito dell’educatore non vi è nulla di semplice. La strada quotidiana è impegnativa, esige pazienza, segna fallimenti e inciampi. È come se questa consapevolezza non tenesse nel tempo, di fronte ai limiti che emergono puntualmente e che sembrano annebbiare. Possono prevalere la frustrazione e lo scandalo, fino al dubbio: “ne vale veramente la pena?”.
L’esperienza di questi anni mi mostra, con chiarezza, che da soli non si educa, ovvero non si resta in quella posizione iniziale di accoglienza e di dono di sé. Ci vuole una compagnia generatrice, in cui sperimentare su di sé questa ammirazione sconfinata, di cui ho veramente bisogno.
Una compagnia che, in una scuola, deve avvenire anzitutto sul campo specifico del nostro mestiere: una compagnia sull’insegnamento, sulla didattica. Una compagnia con i colleghi di materia, in cui possa sentirmi accolto, prezioso, in cui possa rifluire con libertà l’esperienza che sto vivendo in classe. Una compagnia creativa e rigeneratrice, attraverso cui emergano nuove strade per riprendere. Una compagnia in cui riportare e giudicare anche la fatica che, a volte, ci fa cadere le braccia.
Questa è l’esperienza che viviamo nelle nostre scuole. Essere educati, per educare. Continuare ad imparare, per insegnare. Chi vive questa dimensione professionale ed umana, arriva a fine carriera capace di sorridere di fronte ai problemi e pronto a lasciarsi correggere dall’ultimo arrivato il quale, appunto, diventa prezioso ai miei occhi.