QUANDO LA SCUOLA È DIFFICILE

Jole Rossi, docente di sostegno pedagogico

in News Scuole 2019-2020

Può accadere che a scuola un bambino si trovi in difficoltà. Anche per un bambino intelligente, curioso e motivato non è sempre scontato come potrebbe sembrare trovarsi a proprio agio di fronte alle richieste della scuola. Capire come funziona il linguaggio scritto, riuscire a scrivere mantenendo le righe, copiare dalla lavagna o comprendere il significato dei numeri può non essere cosa facile.  Può esser difficile riuscire a star seduto al banco, seguire senza distrarsi le spiegazioni e le discussioni in classe, ricordarsi le consegne, rispettare le regole, organizzare il proprio materiale, scrivere i compiti nel diario sulla pagina giusta, ma anche trovare il proprio spazio nel gruppo dei compagni o interagire in modo costruttivo e altro ancora.

Non importa quale sia la difficoltà; quel che è certo è che, se non è passeggera, ogni difficoltà va guardata, perché, se ignorata, porta certamente a vivere male la scuola e non può che produrre altri problemi.

Quando vengo chiamata in causa è sempre un incontro: con un bambino, spesso spaventato, con i suoi genitori, spesso in ansia, con i suoi insegnanti, un po’ preoccupati.

L’aula di sostegno è un luogo che mette il bambino nella condizione di sentirsi ascoltato. Certo l’insegnante mi ha parlato di lui e delle sue difficoltà, ma il bambino, lui, come si vede? che consapevolezza ha delle sue fatiche? Questo è sempre il punto di partenza del mio intervento con un ragazzino in difficoltà.

È per me un percorso appassionante osservarlo, scoprire il suo modo di pensare e di fare, i suoi punti di forza e le sue fragilità, cercando di capire dove sta l’ostacolo e insieme a lui il modo migliore per affrontarlo, accompagnandolo per un pezzo più o meno lungo del suo percorso.  Spesso è necessario un lavoro affinché possa stare più serenamente di fronte alla fatica e agli errori, occorre sostenerlo e aiutarlo a ritrovare fiducia in sé stesso, procedendo per piccoli passi, uno scalino per volta, così da favorire un’esperienza di gratificazione che possa sostenere la sua motivazione.

Anche dopo molti anni non ho mai la soluzione in tasca. Certo ritrovo a volte difficoltà simili, ma ogni bambino è diverso dall’altro. Guardando a lui si definiscono pian piano una strada, le strategie utili, il materiale necessario, che spesso creo appositamente perché, appunto, ogni bambino ha la sua storia, le sue peculiarità e non si può agganciar tutti nello stesso modo. Un esempio fra tanti: per un bambino che ha faticato molto ad inserirsi a scuola e non riusciva a ricordare le lettere, ma sapeva disegnare l’auto del papà in ogni dettaglio e conosceva benissimo tutte le marche e il simbolo di ognuna, è nato un alfabetiere fuori dall’ordinario: A come Audi, B come BMW (queste lettere le conosceva ma non le associava a quelle viste a scuola), C come ... Ne abbiamo trovata una per ogni lettera e questo lo ha aiutato a dar significato a quei nuovi segni e ad aprirsi così alla scuola.

Questo lavoro non può certo restar confinato all’aula di sostegno (dove un allievo passa al massimo un’ora a settimana), deve necessariamente potersi dilatare là dove il bambino è chiamato a stare. È perciò essenziale che le osservazioni di tutti siano condivise: ciò che emerge a sostegno, in classe, a casa e nel lavoro con eventuali specialisti coinvolti (logopedista, ergoterapista, ….). Si tratta di un confronto continuo, man mano che il lavoro scolastico procede, per concordare i passi da fare, le modalità di lavoro e gli adattamenti necessari (nella forma o nel contenuto, a seconda dei casi), affinché il bambino possa essere il più possibile confrontato con una proposta adeguata a lui. Occorre accompagnarlo nella sua fatica, mostrandogli concretamente che c’è una strada possibile.

Non di rado succede che i supporti pensati per il bambino in difficoltà diventino una risorsa anche per qualche altro compagno, a volte per la classe intera, o che il lavoro con lui coinvolga tutta la classe. O addirittura la scuola intera, come è stato il caso della giornata di giochi campestri, nata, per la gioia di tutti, dal lavoro con un ragazzino che non riusciva a giocar bene con i compagni perché ancora poco capace di gestire le sue emozioni.

Aver chiarito la difficoltà del bambino (e non pensare che sia solo pigro e svogliato), riconoscere la fatica che questa comporta e tenerla presente può già far cambiare molte cose. L’esperienza mi ha tuttavia insegnato che più di ogni strumento o strategia, è fondamentale il modo di guardare a lui e alla sua difficoltà. Occorre uno sguardo che sappia accoglierlo e stimarlo così com’è, anche nel suo limite, al di là dell’esito; uno sguardo certo della possibilità di un cammino buono per lui, che deve arrivare fino ai genitori, spesso bisognosi di questa conferma.  Solo se guardato così, con il medesimo sguardo che ognuno desidera sentire su di sé, il bambino può imparare a guardare a sé con fiducia, senza sentirsi definito dal proprio limite. Allora la difficoltà magari resta, non viene tolta, ma non è più un’obiezione.

Ogni volta che accade è una festa! Magari dopo un cammino sofferto, e anche se le circostanze sono spesso tutt’altro che ideali, diventa improvvisamente evidente l’emergere di questa consapevolezza. “Quest’anno sono venuto a scuola lieto, ma proprio lieto!” mi ha detto un ragazzino che si porta dietro il suo fardello di fatiche: il suo desiderio di esserci era chiaramente leggibile sul suo volto quando si è presentato il primo giorno di scuola. Un altro allievo, che a lungo non è riuscito ad accettare le sue difficoltà e a lasciarsi aiutare, nei primi giorni di scuola ha scritto ai compagni: “Vi dico che la mia vita è bella comunque perché c’è tanta gente che mi vuole bene”.  Se il limite non è guardato con scandalo, ma è accolto, è motivo di crescita. E non impedisce di esser felici! E il bambino, rilanciato, si mette in moto (ed è allora che i vari strumenti compensativi diventano davvero utili) e trova la strada che gli corrisponde; così, con tutte le sue qualità e i suoi talenti, e con qualche limite che, proprio come tutti, si porta addosso, può essere sé stesso.


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